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Una ricerca qualitativa sulle province di Pordenone, Treviso e Venezia rivela le storie di 15 assistenti sociali: ben 13 professionisti hanno dovuto fronteggiare episodi di violenza.
Tra i fattori di rischio l’isolamento e la precarizzazione.

Violenze contro gli assistenti sociali il fenomeno cresce ma resta sottovalutato a Conegliano il convegno “Questo è un colpo basso”

La presidente dell’Ordine Monica Quanilli: «Molti colleghi non vogliono parlarne, ma bisogna affrontare il problema. E le amministrazioni non ci devono lasciare soli».

Padova, 27 ottobre 2016 – Un fenomeno sempre più diffuso in Veneto come in Friuli, che viene, da troppe parti, sottovalutato. La violenza contro gli assistenti sociali è al centro del convegno Questo è un colpo basso, dalle 9 alle 13 di venerdì 28 ottobre a Conegliano Veneto (Treviso) presso l’Auditorium Dina Orsi di via Einaudi 136. L’evento organizzato dall’Ordine degli Assistecolpo bassonti Sociali del Veneto serve a fare il punto sul fenomeno ma anche a individuare le soluzioni per affrontarlo, proponendo ai professionisti le indicazioni emerse (documento in allegato) dal gruppo di lavoro sul tema sicurezza istituito presso il Consiglio Regionale Veneto dell’Ordine e coordinato dalla consigliera Iolanda Verzillo.

Una ricerca qualitativa elaborata da Maria Cerato, che sarà presentata nel corso del convegno, indica che su 15 assistenti sociali intervistati, solo due hanno dichiarato di non aver mai subito in prima persona un agito aggressivo o violento. La maggior parte dei professionisti ha subito aggressività verbale, e sono stati riferiti quattro episodi di violenza fisica, tre minacce, un caso di violenza verso oggetti di proprietà della vittima e due episodi di violenza verso oggetti appartenenti all'ente pubblico.

I fattori di rischio sono stati individuati innanzitutto nell’isolamento ambientale (sedi lavorative inadeguate, isolate, prive di collegamento con l'esterno, assenza di vie di fuga, turni di lavoro che non prevedono la compresenza di più operatori) e nell’isolamento professionale (assenza di spazi di confronto, riflessione e condivisione, disconoscimento del ruolo da parte di superiori). Sottolinea F., uno dei professionisti intervistati: «Il sistema dei servizi dirigente-assessore-assistente sociale non è omogeneo e compatto e spesso chi si rivolge ai responsabili o ai politici, anche con atteggiamenti ostili e rivendicativi, ottiene tutto ciò che chiede, contribuendo a generare così un sistema iniquo».

Gioca un ruolo rilevante anche la precarietà e la pressione a cui gli operatori vengono sottoposti dalla struttura, che ne indebolisce così le possibilità di gestione ottimale di situazioni potenzialmente molto delicate. Così dice L., assistente sociale comunale: «Quella meno visibile è la precarizzazione della figura dell'assistente sociale e il fatto che spesso venga lasciato in solitudine, perché sono sempre meno gli assistenti sociali assunti stabilmente. C'è un turn over spaventoso, a volte ci sono dei buchi e ti trovi da solo. Questo espone maggiormente l'assistente sociale a rischi, arrabbiature e aggressività da parte dell'utenza. È comunque una debolezza perché se sei da solo riesci a difenderti meno».

Il consigliere Vittorio Zanon metterà in evidenza anche il tema della violenza sul web, sempre più abituale e assolutamente difficile da scardinare, frutto anche di “leggende metropolitane” che si autoalimentano sulla rete e che rischiano poi di sfociare in ulteriori episodi di violenza reali o virtuali.

«Ogni professionista che fronteggi un episodio di violenza, minacciata o concreta – sottolinea la presidente del Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto Monica Quanilli, che aprirà il convegno – si sente doppiamente violato: come persona che subisce una aggressione e come professionista che sente di aver fallito nel costruire una relazione di aiuto con le persone. Questo induce troppi colleghi a tacere, evitando di denunciare gli episodi».

Ma c’è anche un grave problema di isolamento, denuncia Quanilli: «Molti assistenti sociali sono lasciati soli, magari da altri colleghi dell’amministrazione in cui operano. E pesano pure le condizioni di lavoro: sedi inadeguate, precarietà, complessità delle situazioni e aumento dei carichi di lavoro. Intanto il fenomeno cresce: anche solo in termini di violenza verbale, sempre più abituale negli uffici di ogni settore del servizio sociale».

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I palloncini #liberailtuosogno nelle piazze di nove città venete  per la decima giornata europea contro la tratta: gli assistenti sociali veneti primi ad aderire tra gli ordini  professionaliliberailyuosogno

Aumentano anche in Veneto le vittime, in particolare giovani ragazze nigeriane, spesso minorenni. In Veneto attivo il progetto N.A.VE – Network Antitratta per il Veneto, con capofila il Comune di Venezia. La presidente dell’Ordine Monica Quanilli: «Positivo anche l’impegno della Regione, ma serve più coordinamento tra tutti i soggetti coinvolti».

Padova, 18 ottobre 2016 – Sono nove - Castelfranco Veneto, Chioggia, Mira, Padova, Spinea, Treviso, Verona, Vicenza e Venezia – le città del Veneto in cui martedì 18 ottobre, alle 12 (in un caso alle 18), in occasione della decima Giornata Europea contro la tratta di esseri umani, vengono liberati i palloncini con il messaggio #LIBERAILTUOSOGNO, per liberare così simbolicamente, il sogno di molti bambini, donne e uomini del pianeta che vengono sfruttati. Un’iniziativa promossa dal Numero Verde Antitratta del Dipartimento Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei Ministri a cui aderisce, primo tra gli Ordini professionali, anche l'Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto.

Da settembre, infatti, gli Assistenti Sociali del Veneto sono partner del nuovo progetto N.A.VE – Network Antitratta per il Veneto, che ha il Comune di Venezia come capofila, assieme a tutti i comuni capoluogo di provincia del Veneto, alla Regione, alcune Aziende ULSS, alle Forze dell'Ordine e molti altri soggetti pubblici e del privato sociale.

Secondo quanto osservato dai professionisti veneti impegnati su questo fronte, purtroppo il fenomeno è sempre più diffuso anche, con una presenza maggiore di forme di sfruttamento sessuale, con una forte crescita delle giovani donne nigeriane, anche minorenni, costrette alla prostituzione in strada in quasi tutte le province venete.. La condizione dei minori preoccupa particolarmente, specialmente per quanto riguarda le giovani nigeriane, che spesso non dichiarano la reale età e che si trovano a dover ripagare alle reti che le controllano somme che oscillano tra i 30 e i 40 mila euro, vivendo in condizioni di vera e propria schiavitù.

Come sottolineato dal Presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine degli Assistenti Sociali Gianmario Gazzi, nel nostro Paese e in Europa, «questo odioso e intollerabile fenomeno è in crescita vistosa. Ne è vittima, nella sola Unione Europea, circa un milione di persone. L’industria del traffico di merce umana è legata, nel mondo, per circa l’80% allo sfruttamento sessuale di cui il 20% vede coinvolti minori. Ma vi sono forme di tratta di esseri umani anche nelle nuove schiavitù nal lavoro: in agricoltura, negli allevamenti, nei laboratori clandestini, tra le badanti; è tratta di essere umani l’impiego in attività criminali come lo spaccio, i furti, o come la manovalanza per altre attività criminali; lo è l’accattonaggio, la riduzione in schiavitù e la compravendita di organi. A tutto ciò la società civile e la politica devono dire basta».

«È molto positiva – dice Monica Quanilli – presidente del Consiglio dell’Ordine degli Assistenti Sociali del Veneto – la presenza all’interno del progetto N.A.VE – Network Antitratta per il Veneto, della Regione Veneto, che già da anni finanziava interventi per azioni rivolte alle persone vittime di sfruttamento sessuale. Contemporaneamente, auspichiamo un sempre maggiore coordinamento delle azioni tra tutti i soggetti coinvolti, in particolare degli enti locali e delle aziende sociosanitarie, che possono assumere ruoli primari nell'affrontare problematiche così complesse, anche per avere sempre maggiore uniformità di intervento tra i differenti territori. Serve anche una cultura dell'accoglienza, della fiducia, della dignità umana, del rispetto delle regole e della legalità, che porti tutti i cittadini a schierarsi contro le varie forme di criminalità che rendono schiave le persone e favoriscono l'insicurezza e la diffusione di crimini contro le persone e la sicurezza sociale (sfruttamento della prostituzione, spaccio, furti, riciclaggio di denaro, usura…)».

Il Numero verde contro la Tratta (800 290 290), attivo 24 ore su 24, è gratuito e anonimo e possono telefonare tutte le potenziali vittime o le persone private o rappresentanti di enti pubblici o privati, relativamente a questioni inerenti la tratta. L'iniziativa promossa dal Dipartimento per le Pari Opportunità del Consiglio dei Ministri è finalizzata a favorire l'emersione delle potenziali vittime di tratta.

In Veneto decima Giornata Europea contro la tratta di esseri umani viene celebrata a:

Castelfranco Veneto (*Istituto Nightingale* – ore 12.00)
Chioggia (Piazza del municipio ore 18.00)
Mira (via Venezia 161 Oriago – ore 12.00)
Padova (piazzale Stazione Ferroviaria – ore 12.00)
Spinea (Municipio di Spinea – Ore 18.00 (CISM))
Treviso (Piazza dei Signori – Ore 12.00)
Verona (Stazione Porta Nuova – ore 12.00)
Vicenza (Piazzetta Palladio – ore 12.00)
Venezia (Stazione Santa Lucia – ore 12.00)

Per ogni informazione si può visitare il sito dell’Osservatorio Antitratta.

 

Giustizia, in Veneto Manca La Metà Degli Assistenti Sociali Previsti
Quanilli (Ordine Assistenti sociali): «Bene lo stanziamento del Ministero, ma non basta: condividiamo le preoccupazioni della mobilitazione del 27 maggio»

Negli Uffici di Esecuzione penale esterna della Regione la carenza di organico raggiunge  il 48,5%: a rischio la misura della “messa alla prova” che ha ridotto recidiva e costi della giustizia. Grave crisi di organico anche per la giustizia minorile.

croas Veneto Giustizia«Gli assistenti sociali impegnati nell’amministrazione della giustizia in Veneto sono circa la metà di quelli previsti in organico, a fronte di carichi di lavoro in forte aumento. Il sistema rischia il collasso e l’applicazione della misura della messa alla prova, strumento efficace di reinserimento sociale e di prevenzione della recidiva, è messa a rischio. Lo stanziamento di un milione di euro da parte del Ministero per il coinvolgimento di 120 esperti di servizio sociale a livello nazionale – pur con contratti a tempo – è un primo passo, ma non basta. Occorre rafforzare questo impegno, e occorre fare presto, anche nella nostra regione».

Così Monica Quanilli, presidente dell’Ordine degli Assistenti sociali del Veneto spiega così la scelta del Consiglio regionale dell’Ordine di condividere le preoccupazioni e le richieste dei professionisti degli Uffici esecuzione penale esterna del Veneto che venerdì 27 maggio a Venezia, manifestano davanti alla Cittadella della Giustizia di Venezia. La mobilitazione, indetta dalle Rappresentanze sindacali unitarie, intende, infatti, denunciare come la forte e prolungata carenza di assistenti sociali nei tre Uepe del Veneto – Padova - Rovigo, Venezia-Treviso-Belluno e Verona-Vicenza – metta a forte rischio nel territorio Veneto l’applicazione delle misure alternative al carcere, in particolare della messa alla prova.

Prevista dal 1989 per i minorenni, la messa alla prova è una misura alternativa al carcere, con cui la persona si impegna in un programma di recupero, di riparazione delle conseguenze del reato, di conciliazione con le vittime dei reati e di impegno in attività socialmente utili. Vista la validità di tale strumento, la misura è stata estesa dal 2014 anche agli adulti, sia in considerazione degli ottimi risultati in termini di riduzione della recidiva di reato (gli autori di reato che accedono a tali programmi hanno minori probabilità di compiere reati alla fine della condanna rispetto a quei detenuti che scontano la pena in carcere) e sia per il minor costo a carico dello Stato rispetto alla sola misura della reclusione.

Tale sistema vede impegnati per l’applicazione delle misure alternative alla detenzione, con la definizione ed attuazione di progetti individualizzati di recupero e reinserimento sociale, gli assistenti sociali degli Uffici esecuzione penale esterna (Uepe) e degli Uffici servizio sociale minorenni (Ussm), come pure la collaborazione dei servizi sociali degli enti locali, dei servizi socio-sanitari e delle associazioni di volontariato del territorio.

Gli Uffici di Esecuzione penale esterna del Veneto vedono la presenza di 51 assistenti sociali con una carenza di organico del 48,5%, a fronte di 9.582 persone seguite nell’anno 2014 (dati del Ministero della Giustizia). Il carico di lavoro è ulteriormente e significativamente incrementato negli anni 2015 e 2016 per l’aumento del ricorso all’istituto della messa alla prova.

La carenza di assistenti sociali che investe anche l’Ufficio servizio sociale minorenni del Veneto (sede di Venezia), che vede la presenza di soli 8 assistenti sociali, il 43% in meno di quelli previsti dall’organico, impegnati sull’intero territorio del Veneto, con 842 minorenni presi in carico nell’anno 2014 e 917 nel 2015.

«Il blocco delle assunzioni e del turn over e l’organico sottostimato degli assistenti sociali dipendenti dal Ministero della Giustizia – aggiunge Monica Quanilli – incidono pesantemente sulla qualità del lavoro con le persone e sull’applicazione di tutte le misure alternative alla detenzione, precludendo la possibilità di investire nel coinvolgimento dei servizi sociali e socio-sanitari territoriali, delle associazioni e degli enti del terzo settore. Si tratta di risorse indispensabili per il reinserimento sociale delle persone con misure alternative e per garantire più sicurezza ai cittadini. La carenza di personale assistente sociale è un elemento che accomuna i servizi del Ministero della Giustizia ad altri enti del territorio Veneto, Comuni e Aziende ULSS in primis».

«Per questo – conclude Quanilli – chiediamo al Ministro della Giustizia idonei investimenti in termini di risorse professionali ed economiche nell’area delle misure alternative alla detenzione, con una dotazione organica di assistenti sociali adeguata all’attuale carico di lavoro. E chiediamo alle istituzioni un’attenta valutazione sull’allocazione delle risorse, perché spesso il benessere e la sicurezza dei cittadini non passano da misure repressive o di controllo, bensì da efficaci interventi di prevenzione, che ogni giorno le assistenti e gli assistenti sociali esercitano attraverso il proprio mandato professionale».

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